Tatsuya si risvegliò di colpo. Il cielo sopra di lui era chiaro, punteggiato da leggere nuvole in movimento. L’erba sotto il suo corpo era soffice, ancora umida di rugiada, e l’aria sapeva di fiori selvatici e muschio. Si tirò su lentamente, respirando a fatica. Guardò le sue mani. Poi le braccia, le gambe, il petto. Nessun livido. Nessun taglio. Nessun dolore. Come se la violenza subita... non fosse mai accaduta.
"Un sogno?" sussurrò tra sé, sfiorandosi la guancia dove ricordava un colpo. "Era tutto solo un brutto sogno...?"
Ma la risposta giunse subito. Una voce limpida, leggera come il vento tra i rami. "Ti sei svegliato? Come ti senti?"
Si spaventò, scattando in piedi. Fece alcuni passi indietro, il cuore in gola. Davanti a lui, a pochi metri di distanza, c’era una bambina. Appariva poco più grande di lui, forse nove o dieci anni. I capelli, di un biondo caldo tendente all’arancio, le cadevano lungo le spalle come fili di sole. I suoi occhi brillavano di una luce calma, quasi innaturale.
"Chi sei?" ringhiò, con voce tremante.
Lei abbassò lo sguardo, poi tornò a sorridere con dolcezza. "Sembri in forma, per fortuna..."
Lui scosse la testa con forza. "Non è questo che ho chiesto! Ho detto: chi sei?!"
La bambina lo fissò per un istante, poi fece un piccolo inchino. "Mi chiamo Celis."
Il cuore di Tatsuya batteva all’impazzata. Le gambe gli tremavano. Avrebbe voluto correre, ma il corpo sembrava ancora rigido, paralizzato da una paura profonda. Ogni suo respiro era corto, affannoso.
"Cosa vuoi da me?" chiese infine, la voce strozzata.
Celis non fece alcun movimento aggressivo. Restò immobile, le mani davanti al petto. "Non voglio farti del male. Voglio solo aiutarti."
Il bambino strinse i pugni. Cercò coraggio. Fece un passo avanti, deciso ma incerto. "Non ti credo."
Il sorriso di Celis vacillò. Abbassò il capo, le sue parole quasi un sussurro. "Non ti farei mai del male... Non potrei."
"Non ti credo!" urlò di nuovo, con più rabbia che convinzione.
Celis avanzò. Un passo. Poi un altro. I suoi piedi si muovevano sull’erba senza fare rumore, come se il terreno stesso si inchinasse al suo passaggio. Tatsuya indietreggiava, ma i movimenti erano lenti, spezzati.
La paura gli stringeva lo stomaco come una catena. "Per favore... fermati..." mormorò.
Ma Celis continuò ad avanzare, fino a quando alzò la mano destra. Un’aura verde, morbida e calda, cominciò a brillare attorno al suo palmo. Tatsuya spalancò gli occhi e si appoggiò d’istinto a un basso muretto lì vicino, come se fosse l’unico rifugio sicuro.
"Non toccarmi!" gridò. "Non voglio che mi tocchi!"
Lei non disse nulla. Il suo sguardo era gentile, privo di ostilità. Avanzò lentamente, la mano ancora sollevata, la luce verde che pulsava con un ritmo regolare, come un battito.
Tatsuya crollò a terra, le ginocchia che cedettero da sole. Chiuse gli occhi con forza, si coprì le orecchie. "Ti prego... non farmi del male... ti supplico... ti supplico..." singhiozzò, la voce spezzata come vetro rotto.
La bambina si fermò. Lo osservò in silenzio per alcuni secondi, poi si chinò lentamente accanto a lui.
Il sorriso le tornò sulle labbra, semplice, sincero. "Non voglio farti male" disse. "Voglio guarirti."
Tatsuya aprì appena un occhio. Quel sorriso lo colpì come una lama dolce. Lo disarmò. Ma il sospetto era ancora lì, come una ferita che non smetteva di bruciare. "Guarirmi...?" mormorò, con voce rauca.
Poi alzò lo sguardo, arrabbiato. "E in che modo pensi di farlo?!"
Celis non rispose subito. Avvicinò la mano al suo petto, quella luce verde che sembrava danzare come foglie al vento. "Con questo" disse infine, "con il mio dono."
Tatsuya fece uno scatto indietro. Si rialzò in piedi e si voltò, dandole le spalle. "Non ci credo. Non voglio crederti."
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Lei allora fece un passo. Poi un altro. E con delicatezza, gli posò la mano sulla spalla. Fu in quell’istante che accadde. La luce esplose,non con rumore, non con forza distruttiva. Era come se un'onda avesse invaso tutto, un’energia dolce ma inarrestabile. Il verde si diffuse in ogni direzione, avvolgendo Tatsuya come un manto, penetrando nella sua pelle, nelle sue ossa, nel suo cuore.
"AAAH! Cos’è?! Cosa mi hai fatto?!" urlò il bambino, ricadendo a terra, il corpo invaso da un calore insopportabile. Celis si voltò lentamente, intrecciando le mani dietro la schiena.
Parlò con naturalezza, come se stesse raccontando qualcosa di banale. "Ti ho curato."
Lui respirava a fatica, steso sull’erba. Il suo sguardo era confuso, ma anche... libero dal dolore. I segni della paura, i tremori, il gelo che lo divorava dall’interno... erano svaniti. Solo il battito del cuore rimaneva, forte e chiaro.
La bambina si allontanò di qualche passo, voltandosi a guardare l’orizzonte. Il vento le mosse appena i capelli. E la luce verde, ormai svanita, lasciò dietro di sé un silenzio diverso. Un silenzio che sapeva di possibilità. E per la prima volta, Tatsuya si chiese... se forse, davvero, qualcuno potesse ancora salvarlo.
Il passo di Celis era leggero, quasi impercettibile sull’erba bagnata dal mattino. Sembrava fluttuare, come se la terra stessa volesse sostenerla senza opporsi. Tatsuya camminava accanto a lei, barcollando leggermente, con il peso del proprio corpo che gravava sulla spalla della ragazzina. Ma il vero peso era altrove: stava tutto nei suoi occhi, vuoti e persi.
Il mondo intorno era sfocato. Non per colpa della luce, né della fatica, ma per colpa dei pensieri. Una nebbia fitta gli avvolgeva l’anima. Quelle mani che lo avevano colpito, quelle voci che lo avevano insultato... quelle risate. Tutto lo trafiggeva ancora, più delle botte. Non riusciva a capacitarsene. Era lui, un tempo, a prendersi gioco degli altri. Era lui che imponeva le regole, che dominava i più deboli.
Ma mai, mai aveva picchiato qualcuno fino a farlo svenire.
Il ricordo della madre gli attraversò il petto come una lama. "Smettila, Tatsuya... un giorno ti succederà qualcosa di brutto, e nessuno ti aiuterà."
Parole dette mille volte. Parole che non aveva mai ascoltato.
Ora gli tornavano alla mente, fredde come pioggia d’inverno. Un tremito lo attraversò. Non riusciva a respirare bene. Gli occhi gli si bagnarono senza permesso, come se il suo corpo stesse piangendo al posto suo.
Celis rallentò. Si voltò appena, sentendo il lieve calore delle lacrime di Tatsuya sfiorarle la spalla.
"Stai... piangendo?" La sua voce era delicata, come il suono di una campana lontana nel vento.
Tatsuya scosse la testa, cercando di sembrare forte. Si asciugò gli occhi con la manica sporca e disse, con un tono goffamente controllato:-"N-No, va tutto bene... è solo... ho preso un colpo al naso, credo. Comunque... grazie. Per avermi aiutato."
LEi gli rivolse un sorriso candido, colmo di quella tenerezza che ferisce più delle parole gentili. "Non c’è bisogno di ringraziarmi. Le persone in difficoltà... vanno sempre aiutate. Soprattutto i più deboli."
Quelle parole trafissero il cuore di Tatsuya. Debole? Lui? Non riusciva a rispondere. Non riusciva nemmeno a negarlo.
Mentre continuavano a camminare, Tatsuya la guardò di sbieco, poi le chiese, a bassa voce, come se stesse interrogando un sogno: "Ma tu... chi sei davvero? E quella luce verde... che cos’era?"
Celis si fermò, giusto per un istante. Un battito di silenzio tra i due. Poi tornò a camminare e disse, con la naturalezza di chi parla della pioggia: "Io sono Celis Elaris. Principessa medica del Regno del Soffio Verde. Almeno prima, ora sono principessa medica in questo regno. E sono pronta ad aiutare tutti i miei alleati."
Tatsuya si bloccò di colpo. "P...Principessa!?" Si raddrizzò di scatto, ignorando per un momento il dolore. "Non prendermi in giro! Sei troppo piccola per essere una principessa!"
Celis scoppiò a ridere, senza alcuna malizia, come se l’idea lo divertisse davvero. Poi infilò una mano nella tasca del vestito e tirò fuori un piccolo oggetto dorato. Uno stemma. Raffinato, con un simbolo verde incastonato al centro. Sotto, inciso con una scrittura elegante, vi era scritto:
“Principessa Celis Elaris”
Tatsuya spalancò gli occhi. "Ehhhh!? L’hai rubato! Dev’essere per forza così!"
Ma Celis rise ancora, con la leggerezza di chi non ha nulla da nascondere. "Io? Rubare? Non ruberei mai qualcosa del genere. E poi... chi mai riuscirebbe a rubare un simbolo reale nel cuore del castello?"
Tatsuya si grattò la testa, imbarazzato, come se la realtà stesse crollando sotto i suoi piedi. "Mah... non lo so... fatico ancora a crederci. Voglio una prova più concreta!"
Lei si voltò verso di lui, sorridendo come se avesse previsto tutto. "Allora vieni con me. La troverai nel posto dove tutto è cominciato."
"E dove?" Tatsuya la guardò con sospetto.
"Nel castello, ovviamente. Il luogo da cui sei scappato."
Il sangue gli si gelò. Si fermò di colpo. "No. Non voglio tornarci!" La voce gli uscì spezzata, più per paura che per rabbia.
Celis inclinò leggermente il capo, come un uccellino curioso. "Perché no?"
Tatsuya abbassò lo sguardo. Le mani strette ai lati del corpo. Cercò una risposta. Qualcosa. Qualsiasi cosa. Ma niente.
Non aveva un motivo vero. Solo un vuoto dentro. Una paura che non riusciva a nominare.
Lei, notando il suo silenzio, sorrise ancora una volta. Un sorriso che non giudicava. Un sorriso che accettava. "Allora andiamo. Il castello non è poi così spaventoso, sai?"
Tatsuya non disse nulla. Camminò.
Ogni passo era un sussurro che gli diceva di tornare indietro. Ogni respiro, un ricordo che lo supplicava di restare nascosto. Eppure... accanto a quella ragazzina dal cuore caldo e dalle mani luminose, per la prima volta da quando era giunto in quel mondo... non si sentiva solo.
E in quell’istante, un pensiero si fece strada tra la sua confusione. Silenzioso, inaspettato.Un pensiero che non aveva mai osato formulare. “E se... non tutti qui dentro volessero vedermi soffrire?”

